IL SILENZIO DEL DOLORE

IL SILENZIO DEL DOLORE

 

Il danno più grande di un abuso in famiglia è la lenta consapevolezza del trauma, che può emergere anche dopo 20/30 anni dal danno subito.

Un danno in grado di falsificare i legami affettivi, distruggere la percezione di sé stessi, la fiducia e la coerenza della memoria nel tempo, che nel  frammentarsi rende difficile ricostruire una narrazione lineare degli eventi.

Il dolore non elaborato resta silente per decenni prima di emergere con tutta la sua forza a seguito di eventi di perdita simili, momenti di grande cambiamento o crisi personali. Quando la mente non affronta una ferita profonda, questa resta nascosta finché un nuovo evento in età adulta rompe le difese del passato.

“Doppio dolore”

Descrive la dolorosa frattura psicologica tra il lungo periodo vissuto prima della consapevolezza e il dopo, con il riconoscimento tardivo dell’abuso vissuto.
Rileggendo il passato sotto una nuova luce, crolla l’ immagine della famiglia protettiva, costruita nell’infanzia a protezione di se stessi. La dura realtà crea smarrimento con un forte vuoto interiore, accompagnato da rabbia e dolore per il tempo vissuto normalizzando un  comportamento sbagliato, scambiato per amore o educazione rigida.

Impatto sul presente

Dopo aver pagato un prezzo altissimo in cui per sopravvivere, viene meno il piacere di una relaziona sana. Si cresce indossando una falsa identità, recitando il ruolo necessario per non subire ulteriori danni.
La difficoltà di fidarsi degli altri diventa un grande impedimento alla socialità e alla possibilità di costruire relazioni sane. La convinzione che nessuno possa comprendere un dolore così antico, la convinzione di non meritare, e l’ illusione o la speranza che qualcuno possa liberare questa parte intrappolata, genera l’ isolamento emotivo e ad uno stato di perenne di attesa, facendo sentire la persona ancora bloccata nell’ infanzia o nell’ adolescenza.

Un’identità da recuperare

Un dolore immenso rendersi conto che per sopravvivere agli eventi, parti intere di sé – la propria identità, l’autostima, e il vivere un amore sano – sono rimaste congelate nel tempo, intrappolate nell’ attesa di essere recuperate.

Sbloccare il passato
Iniziare a recuperare se stessi è un processo dove il riconoscimento della ferita chiede rispetto e il giusto tempo da parte della persona che lo affronta: dare un nome al dolore senza giudicarsi per aver dovuto “congelare” quelle parti per sopravvivere.

Evitare le recriminazioni: nel rimuginare sulle occasioni perse e sui rimpianti, la mente si focalizza su rimorsi, i sensi di colpa e la frustrazione portando a distaccarsi dalla realtà.
Mollare il controllo: cercando di “aggiustare” mentalmente ciò che non si può più cambiare non funziona, lascia indeboliti e privi di energia per affrontare azioni nel qui e ora. L’ idea che scelte diverse potevano cambiare gli eventi o modificare il comportamento dei genitori, non danno la certezza di una vita presente senza problemi.

Accettazione:

  • Smettere di fare funzionare qualcosa che non esiste più;
  • Perdonarsi smettendo di rovistare nel rimpianto per il tempo passato senza essere riusciti ad agire.
  • Imparare a valorizzare l’ adesso, mettendosi al primo posto di una vita che chiede di essere vissuta, considerando ogni giorno come un nuovo inizio per costruire nuove esperienze e il proprio benessere.

È difficile?

Si, ma affrontare una sfida oggi fa molto meno male rispetto a quel bambino che ha subito la mancanza di cura e protezione da chi amava.

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