Nasciamo figli, genitori si diventa

Nasciamo figli, genitori si diventa

 

Nasciamo figli non genitori,

ma la frase tipica che ci accompagna nella genitorialità ” non sarò mai come i mio padre o mia madre”.

Proposito tanto nobile quanto paradossale U

Un’ Illusione irrealizzabile che arriva a sgretolarsi davanti ai primi momenti di stress.
Se esistesse un libretto di istruzioni per la genitorialità sarebbe una scienza esatta: ogni figlio è un universo a sé, unico e irripetibile, e nessun manuale potrà mai prevedere la combinazione esatta tra il suo temperamento e il tuo.

Diventare genitori non cancella la nostra storia

Non azzera il passato, piuttosto lo risveglia.
Impariamo a essere genitori prima ancora di avere figli. I gesti, i toni di voce e le reazioni dei nostri genitori si incidono nel nostro sistema nervoso come un copione automatico.
La fregatura dell’opposto: Per fuggire da un difetto dei nostri genitori (ad esempio la freddezza o la severità), spesso scivoliamo nell’estremo opposto (iperprotezione o eccessiva permissività), reagendo comunque al passato anziché agire nel presente.

Attiviamo il pilota automatico quando siamo stanchi o sopraffatti

In quel momento il cervello adulto si spegne e riaffiora il bambino che è stato, usando le stesse strategie di difesa che ha subito.
Le dinamiche tossiche di un genitore vengono interiorizzate dal figlio, che impara a sopravvivere adattandosi a dinamiche disfunzionali (come il senso di colpa, l’iper controllo o l’abbandono), che rischiano di replicarsi nelle sue relazioni adulte.

Il primo dovere nei nostri confronti e come genitori

  • Riconoscere e accettare l’ eredità, elaborando le dinamiche disfunzionali che portiamo cucite sulla pelle: un passato che influisce in tutte le nostre dinamiche, sapere cosa farne è il primo passo.
  • Per prima cosa serve perdonare i nostri limiti: accorgersi di aver urlato con la stessa voce di nostra madre o di nostro padre non fa di noi dei falliti, ma esseri umani in cammino.
  • Creare uno spazio tra lo stimolo (il comportamento del figlio) e la risposta (la nostra reazione). Allenarsi a fermarsi in quel piccolo spazio impedisce al passato di decidere per noi. Occorre tenere a mente che spesso l’ impulso a gridare o ad agire in malo modo non dipende quasi mai dal comportamento del figlio, ma da un carico emotivo pregresso che il genitore si porta dentro.

A volte entriamo in risonanza emotiva con il figlio, quando il suo comportamento (un capriccio, un pianto, un rifiuto) riattiva in noi un senso di impotenza o di inadeguatezza che appartiene alla nostra storia, scatenando una reazione sproporzionata.
Prendersi una pausa per calmarsi è il metodo più efficace, il bambino si sente più sicuro con un genitore che si allontana un attimo per riprendere il controllo, rispetto a un genitore che esplode.

Se gestisci la rabbia con calma, il figlio impara la calma. Se urli, impara a urlare.
Un figlio ha bisogno di un esempio di auto regolazione, trascendere non fa altro che innescare un circolo vizioso, “il cane che si morde la coda”, in cui la rabbia tende ad autoalimentarsi.
Nessun genitore è in grado di mantenere la calma nel 100% dei casi. Riconoscere l’errore, scusarsi per aver urlato e mostrare come si rimedia a un momento di tensione insegna al figlio che l’errore fa parte della gestione emotiva e che è possibile porvi rimedio.

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